Il tipo d’intervento del preparatore fisico, in caso di trauma distorsivo della caviglia, cambia con il variare delle fasi successive all’infortunio.

Nella fase acuta l’unico compito del preparatore è di evitare il decondizionamento dell’atleta e la perdita dei livelli di forza. Il preparatore deve programmare un’adeguata attività aerobica che non coinvolga direttamente la caviglia (nuoto di sole braccia ad esempio, o nuoto completo se il trauma è lieve) e si deve preoccupare di mantenere il livello di forza acquisito prima dell’infortunio stimolando l’arto inferiore sano e tutto il resto del corpo non interessato dal trauma.
Questo intervento è molto importante per evitare ritardi nella ripresa dell’attività agonistica a guarigione avvenuta. Da un punto di vista aerobico, gli stimoli devono essere specifici rispetto all’attività praticata dal giocatore e in linea con la fase del ciclo annuale in cui è avvenuto l’infortunio. Se il trauma distorsivo avviene in fase agonistica, il lavoro aerobico per un giocatore di basket ad esempio, sarà di tipo intermittente con stimoli di 20-30 secondi ad intensità sub massimale intervallati da 20-30 secondi di recupero passivo per una durata di 8-10 minuti ripetuti per 3-4 serie. Questo principio è valido sia si utilizzi il nuoto come mezzo allenante sia la bici. Infatti, pur avendo un intervento muscolare completamente diverso rispetto a quello richiesto dal gioco, a livello cardio-respiratorio il tipo di stimolo rimane simile a quello usato sul campo. Per quanto riguarda la forza, il principio da seguire è lo stesso: continuare con i tipi di stimoli somministrati prima dell’infortunio adattandoli alla situazione. In caso d’infortunio in fase agonistica, l’atleta deve continuare ad allenare la forza e le sue qualità, che stava allenando precedentemente. Un giocatore di basket ad esempio, deve utilizzare mezzi e metodi per allenare la forza massimale, la potenza e la potenza resistente scegliendo esercizi per gli arti superiori, per il tronco e per l’arto sano e relativi parametri di lavoro specifici (serie, ripetizioni, tempo, recupero). L’intervento del preparatore in fase acuta quindi è diretto esclusivamente verso le zone non interessate dal trauma. Contemporaneamente il giocatore deve essere sottoposto al protocollo riabilitativo stabilito dallo staff medico. Il passaggio tra fase riabilitativa, di competenza esclusivamente dello staff medico, fase di riatletizzazione e fase di ritorno all’attività agonistica è molto sfumato. Il preparatore inizia ad intervenire direttamente sull’infortunio nell’ultima parte della fase riabilitativa, in stretta collaborazione col fisioterapista e l’osteopata. E’ compito del medico in questa fase, dare indicazioni al preparatore riguardanti il tipo di attività da proporre al giocatore, e compito del preparatore indicare i mezzi che intende utilizzare. Non appena il dolore e il gonfiore sono scomparsi, il preparatore prende in consegna il giocatore per iniziare la riatletizzazione e, una volta terminata, interagisce con l’allenatore per il graduale inserimento in squadra. Nell’ultima fase della riabilitazione il preparatore continua il lavoro iniziato dal fisioterapista sulla propriocettività. Tale lavoro prevede l’utilizzo di una progressione negli esercizi propriocettivi del seguente tipo:

1) Esercizi monopodalici in scarico:

– L’atleta in acqua, cerca di controllare un galleggiante, tipo tavoletta per piscina, posto sotto il piede sollevato da terra, evitando di farlo riemergere;

– L’atleta seduto, poggia il piede su un piano instabile, tipo cuscino o tavoletta basculante, ed esegue dei movimenti di flesso estensione , eversione ed inversione del piede con un ROM libero dal dolore.

2) Esercizi in appoggio bipodalico in acqua:

– L’atleta, dalla posizione in piedi, cerca di contrastare la spinta ricevuta da un partner che fa pressione sul petto, dorso, o sul lato;

– L’atleta cerca di mantenere la posizione mentre ha gli occhi chiusi.

3) Esercizi in appoggio bipodalico sul campo:

– Mantenimento della posizione in piedi su piani instabili;

– Mantenimento della posizione con instabilità multipla: sotto i piedi e con elastici che tirano-spingono su parti del corpo diverse (ginocchia, vita, tronco, spalle, braccia)

– Squat a corpo libero su piani instabili

– Squat a corpo libero con instabilità multipla

4) Esercizi in appoggio monopodalico in acqua:

– Mantenimento della posizione, occhi aperti  e poi chiusi

– Mantenimento della posizione col partner che fa pressione sul petto, dorso o sui lati

– Movimenti di 1\2 squat, occhi aperti e chiusi

5) Esercizi in appoggio monopodalico sul campo:

– Mantenimento della posizione con occhi aperti e chiusi;

– Movimento di 1\2 squat, occhi aperti e chiusi;

– Mantenimento della posizione in appoggio su piano instabile, occhi aperti e chiusi;

– Movimento di 1\2 squat, occhi aperti e chiusi in appoggio su piano instabile;

– Movimento di 1\2 squat, occhi aperti e chiusi, con instabilità multipla

– Movimenti torsivi su piani instabili

Con l’introduzione degli esercizi propriocettivi in appoggio monopodalico sul campo, si entra nella fase di riatletizzazione vera e propria. I principi che devono regolare le proposte del preparatore sono legati al controllo del dolore e alla progressività dello stimolo allenante. L’atleta dovrà lavorare in totale assenza di dolore e con carichi progressivamente crescenti.

Gli obiettivi da perseguire sono:

  1. Miglioramento della propriocettività
  2. Miglioramento della mobilità articolare
  3. Recupero dei livelli di forza, potenza e potenza resistente
  4. Bilanciamento di tali livelli tra i due arti
  5. Ripresa dell’attività aerobica specifica

Il lavoro propriocettivo prosegue con l’inserimento di esercizi per il controllo del disequilibrio in situazioni di movimento:

  1. Box Jump, partenza bipodalica – arrivo monopodalico
  2. Box jump, partenza e arrivo monopodalico
  3. Box jump, partenza bipodalica e arrivo monopodalico con giro di 90°
  4. Box jump, partenza monopodalica e arrivo monopodalico con giro di 90°
  5. Arresto monopodalico
  6. Arresto monopodalico su piani instabili
  7. Arresto monopodalico con instabilità multipla

In seguito alle manipolazioni del fisioterapista e dell’osteopata per recuperare e migliorare il livello di mobilità articolare della caviglia, il preparatore interviene sia con esercizi di stretching in varie forme (statico, PNF, AIS) a carico della muscolatura che agisce sulla caviglia, sia proponendo esercizi di mobilità articolare attiva (in piedi su airstones l’atleta effettua movimenti di inversione ed eversione del piede).

Il recupero dei livelli di forza avviene per gradi:

  1. Movimenti di flessione ed estensione, inversione ed eversione del piede con elastico a tensione progressivamente crescente;
  2. Movimenti di flessione ed estensione del piede con sovraccarico

Di estrema importanza è la verifica del livello di forza dell’arto infortunato rispetto a quello sano. Uno degli obiettivi della riatletizzazione è appunto il bilanciamento di tali livelli. Una volta bilanciato il livello di forza tra i due arti si procede con l’inserimento dei lavori di potenza e potenza resistente. Partendo dagli esercizi di box jump utilizzati per la propriocettività, si prosegue con esercizi di pliometria a basso impatto (saltelli sul posto, tra ostacoli bassi, laterali) incrementando man mano l’intensità (jump squat continuo) fino ad arrivare ad esercitazioni pliometriche ad alto impatto (drop jump). La ripresa dell’attività aerobica segue una progressione del tipo: corsa continua in linea, corsa intermittente con cambi di senso. Il passaggio successivo prevede l’inserimento di corsa con cambi di direzione, corsa all’indietro, movimenti specifici: tali elementi vengono gradualmente combinati per dar luogo a esercitazioni specifiche e speciali in forma intermittente. L’ultima parte del processo di recupero dell’atleta infortunato prevede il suo graduale inserimento in squadra. Di fondamentale importanza in questa fase è la collaborazione con l’allenatore per l’organizzazione del carico di lavoro tecnico-tattico da proporre al giocatore. I principi che regolano tale scelta sono gli stessi delle fasi precedenti: progressività e controllo del dolore. Il recupero dell’atleta infortunato è un processo che continua per mesi anche dopo il suo inserimento in squadra. Un’articolazione che ha subito un trauma va sempre tenuta sotto controllo dal preparatore e da tutto lo staff medico per evitare ricadute.

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